L'avevano
visto fermarsi a pulire con una bacchetta di legno
le rotelle che si erano fatte grosse di fanghiglia
e poi riprendere a incunearsi tra i banchi del mercato
ormai semivuoto, sussurrare: — Posso, vero?
—, raccogliere resti di vari tagli di carne,
piedi di capretti, di agnelli, tutto quello che
capitava, dai bidoni bianchi macchiati di sangue
dei macellai, poi spostarsi verso la piazzetta del
pesce, sporca d'acqua e di squame, passarsi a uno
a uno i carretti e i negozi dei pescivendoli, che:
— Ti sei messo a fare pulizie?
Perché il Biondo ha un esercito da sfamar…
Un esercito, che vuole mangiar!
L'avevano visto rovesciare
dentro la sua carretta bidonate di teste di sarde,
e interiora, qualche coda di pesce spada, e ringraziare
mille volte col capo, quando qualcuno gli allungava
qualche pesce ancora sano sano, l'occhio appena
velato, — Tiè; Biondo, che nelle teste
di carne c'è n'è poca! Se uno... ha
intenzione di mangiare... — e avevano indicato
con il capo quel suo carico strano e abnorme di
cibo, mentre lui, a occhi bassi: — ...Poca,
sì certo, grazie —. E si era spinto
a fatica verso il banco successivo, del Rosso, che
si era appoggiato allo stipite della porta del suo
negozio e, da minuti ormai, guardava prima lui,
poi la carretta, e poi ancora lui, come a dire:
Non vorrai mangiarti tutta quella spazzatura di
roba, vero, Biondo? E siccome quello stava lì,
due occhi duri, guardandolo e basta, — Posso?
— aveva domandato con un filo di voce. Il
Rosso aveva fatto un gesto col braccio verso il
suo bidone: — A favorire! — aveva ringhiato
ed era tornato a gettare secchiate d'acqua sul marmo
del banco, a togliere via gli ultimi resti di pesce.
— Gente strana! — si era girato come
meccanicamente verso Peppe, il macellaio, aveva
alzato le spalle: — Gente diversa, niente
da fare — e, senza aspettare una qualche risposta,
aveva scosso forte la testa, agitando quei suoi
capelli tutti mescolati di grigio e di rosso, aveva
spento la lampada, l'aveva staccata dal gancio e
si era messo a riavvolgere con la manovella il telone
arancione steso sul banco di marmo del pesce, ormai
bianchissimo, come nuovo, scoprendo un pezzo sempre
più grande e bruno di cielo, poi: —
Finisci di scopare che chiudiamo il negozio, —
aveva detto a suo figlio, che aveva spazzato via
tutta l'acqua verso il tombino in fondo alla strada,
poi si era fermato davanti alla macelleria: —
Che te ne pare, Peppe? — Quello, la sigaretta
stretta tra le dita, si era messo per un bel pezzo
a osservare la schiena curva del Biondo, che ormai
trascinava tutta quella sua roba, di nuovo, verso
casa, poi: — Mi pare che... mi ha svuotato
il bidone. Una lavata con la pompa al fondo e posso
abbassare la saracinesca del negozio. Andarmene
subito a casa. Buono, no? — aveva gettato
il mozzicone a terra schiacciandolo forte con il
piede. E il figlio del Rosso: — Buono, certo,
— il mento poggiato sul bastone della scopa,
gli occhi incollati al carretto del Biondo, che,
ondeggiando, arrancava sulle basole bagnate qua
e là di macchie gialle e lunghe di luce,
riempiendo il mercato come di barriti e cigolii,
che si perdevano tra le commessure del basolato
piene di rivoli neri di fanghiglia e pezzi di cartone
molle.
Perché il Biondo ha un esercito da sfamar…
un esercito, che vuole mangiar!
Anche immondizia, se non c'è di meglio in
gir da trovar. |