 |
|
|
|
|
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
Il Viaggio di Alice
è un monologo per voce e armonica, laddove
l'armonica è intesa non già come semplice
accompagnamento musicale dell'attrice che narra,
ma come coprotagonista: ora una sorta di alter ego
o di voce intima ora invece una sorta di voce sempre
nuova e diversa dell'inafferrabile città
in cui si svolge la storia, New York. E, in verità,
il lungo lavoro di ricerca che ha caratterizzato
questa messa in scena e i diversi studi di cui è
stata oggetto nel corso degli anni hanno visto crescere,
di pari passo, insieme alla ricerca sull'interpretazione,
anche un'intesa fra parola e suono.
Questo spettacolo, infatti, è essenzialmente
una narrazione affidata a una sola attrice che,
calandosi nell'universo umano e psicologico della
protagonista, Alice, comincia una ricerca di identità
tra due labirinti: da una parte, il groviglio di
storie e memorie lasciatele come testamento dal
padre, dall'altra, il magma di diverse umanità
ed esistenze perdute tra le viscere della metropoli
newyorchese, sentita, questa, come luogo in cui
si concentrano, convivono e si esasperano le contraddizioni
del mondo contemporaneo. La narrazione è
così incentrata su un gioco di slittamenti
che vedono l'attrice ora vestire completamente i
panni del personaggio ora uscire come fuori da sé
a evocare e far affiorare sulla scena le voci diverse,
a volte improbabili, clownesche, a volte umanissime
e disperate, di quel mondo.
Da qui, la scelta di una messa in scena essenziale
e di una scenografia costituita da un attrezzo scenico
(un cubo di legno ricoperto di simboli sgranati,
naïf della città di New York) che funziona
da piccolo palcoscenico, quasi un microcosmo-giocattolo
che ripropone in modo ironico, sub specie fantastica,
miti e frammenti iconografici radicatisi nell'immaginario
collettivo.
Tutto il resto è affidato al corpo e alla
voce dell'attrice e all'uso che lei fa di questa
struttura, che ora domina dall'alto, come un gigante
tra giganti, ora subisce come uno dei mille barboni
che si perdono tra le street e le avenue di quella
metropoli.
Perché proprio New York?
Perché a volte capita, e a noi è successo
(a me, cioè, a Gabriella De Fina e a Giuseppe
Milici), che per ragioni personali e per quei casi
imprevedibili della vita una città, un mondo,
parli, anche se in modo diverso, ad artisti che
per anni seguono loro strade e all'improvviso scoprono
di voler raccontare insieme, ognuno a suo modo,
un sentimento della vita che si è andato
precisando anche in seguito a una lunga consuetudine
con quella città. Forse per questo la storia
che ne Il viaggio di Alice si racconta è
una storia di formazione: Alice a New York cerca
disperatamente un mondo in cui riconoscersi, o meglio,
il suo personalissimo sguardo sul mondo. |
 |
 |
|
 |
|
|
 |
 |
 |
 |
 |
|
 |
|