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Lo spettacolo in piazza
Erano giorni che giravano per il
villaggio, strillando e battendo forte sui tamburi di pelle d'asino.
Ed erano mesi che lui li
aspettava, puntuali, come ogni anno. Calavano dai boschi, e
le strade si riempivano, all'istante, di venditori ambulanti,
pannocchie gialle che scottavano le labbra, manciate rosso brune
di frutti di bosco che sporcavano la faccia, arrossavano come
di sangue le dita e i vestiti ripuliti, ritoccati agli orli
e alle maniche, come nuovi. E: — Stai attento, che macchiano!
Non metterne tanti in bocca! — Il fazzoletto passato sul
mento e sul collo, ad asciugare il succo. — Stai buono
un attimo, almeno! Non scappare via! Vieni qua, ti ho detto!
E pentole! cataste di pentole e padelle di rame a due soldi,
specchianti, deformanti i visi dei più piccoli, che si
avvicinavano furtivi, s’accosciavano, facevano boccacce,
scappavano via, saltavano, pazzi, da un banco all'altro, ridendo. — E
certo, prima rubano il rame dalle case, poi, due soldi, e te
lo rifilano! — Su, mamma, andiamo, che tra poco inizia. — ...E
uno neanche se ne accorge... — Dài, Stela, che
questo qui ha fuoco in corpo! Non riesco a tenerlo! — suo
padre che lo prendeva per il colletto della camicia: — Chiudi
quella porta, aspetta che tra un attimo usciamo, e non farmi
ammattire, stavolta... Sei pronta, Stela! — Lei si pettinava
i capelli lunghi con il pettine d’osso, non si dava pace: — Ti
dicono: «Bella signora!» e intanto ti hanno ripulito
la casa. — Dài, smettila, su! — La smetto,
però... — lasciava cadere qualche goccia di colonia
sui polsi, sul collo appena rosato, — è così,
quelli rubano, fondono il rame e poi noi: «Guarda un po'
che bella padella!» e, stupidi, ce la compriamo, — si
metteva un filo di rossetto sulle labbra, le stringeva un po',
le schiudeva: — ...Roba da matti... — un’ombra
d’azzurro sugli occhi chiari, — ...roba proprio
da matti. — Ma sì, va bene così. Dopotutto,
Stela, che importa! Ci divertiamo anche noi, quando arrivano,
no? — Lei, allora, si stringeva nelle spalle: — Mah... — scuoteva
la testa, ma piano, per non spettinarsi. — Dài,
mamma! — Gli lanciava un’occhiata che l’inchiodava: — E
tu stai buono, che non scappano tanto! — Però lo
spettacolo inizia, mamma. Finisce che ce lo perdiamo! — Lei
metteva su una faccia scura, imbronciata: — Sono pronta, — diceva,
poi volgeva furtiva lo sguardo allo specchio opaco dell'ingresso
e... a un tratto... era tutta un sorriso, perché era
proprio magnifica con quel suo vestito a fiori grandi gialli
screziati d’arancio che le stringeva la vita, i capelli
tirati in una coda nera e lucida, le unghie smaltate di rosa
chiaro sulle dita sottili, appena arrossate di bucato, strette
sulla tracolla della borsa nuova, di vernice ocra: — Sono
pronta, andiamo! — le iridi ancora più azzurre.
E suo padre: — Sei sempre la solita... — la prendeva,
leggero, sottobraccio, chinava un po' il capo: — Che profumo! – poi
si girava a cercarlo: — Tu, vieni qua, mascalzone biondo, — gli
dava la mano. — Allora noi usciamo, nonna! — e apriva
la porta di casa, — Ciao, nonna! — richiudendola
sul lento andirivieni della sua sedia a dondolo, mentre lei: — Non
fate tardi, — diceva, scuotendo quella sua testa bianca
di capelli forti. — Sì, mamma, non preoccuparti! — E
lei: — Mi raccomando, Stela! — Quel suo dondolio
sul legno sconnesso della cucina che li seguiva anche oltre
la soglia, durava, tenace, per qualche passo ancora lungo la
strada... — Mi raccomando... — dileguando poi tra
le voci di quelli che erano ancora in giro, a far fracasso con
i tamburi a tracolla, a invitare tutti in piazza, modulando
in toni alti la voce: «Tra poco, grande spettacolo d’orsi!»
Una palla di pelo bruno tenuta alta contro il cielo da due mani
scure d’uomo. — Guardate, un orso neonato! Vedete
che sta cominciando? — tirava la mano di suo padre, si
divincolava, correva tra i banchi. — Torna qua! — La
voce di suo padre che si perdeva, mentre lui continuava a correre,
rubacchiava qua e là qualche mora, si prendeva uno scappellotto,
un insulto, s’intrufolava tra le gambe dei grandi assiepati
intorno, e poi si fermava... Gli occhi sgranati e fissi su quel
gigantesco orso nero che era come di un blu notte brillante
nella luce incerta, rannuvolata, ma ancora chiara, del pomeriggio,
il cappello calcato sulla testa, le orecchie che sfilavano fuori,
agli angoli, due pesanti ali di pelo vibranti, le zampe piantate
larghe al suolo, e come palmate, che però, a un tratto,
si levavano tagliando l’aria... costringendo le teste
a piegarsi indietro, più indietro, e a guardare su, verso
il cielo, perché quello, adesso, era proprio in piedi,
e incombeva sugli occhi in un lieve ondeggiare di nastri filanti
rossi e gialli, che cadevano a cascate tutt’attorno al
collo. Ed era con quegli occhi pieni di pelo blu che lo vedeva
afferrare una pertica dalle piccole mani dell’uomo, piegato
in un ampio inchino, e batterla a terra, lentamente e ostinato,
come a chiamare, imperioso, un colpo dopo l’altro, quelli
che ancora tardavano.
Anche suo padre, ora che l’aveva di nuovo accanto e ne
sentiva il peso severo, e incongruo, della mano premuta sulla
nuca, era incredibilmente minuto e come evanescente a confronto,
e così la piazza, le case basse, le montagne azzurre
in fondo... coperte a tratti da quell’ondeggiare neroblu
di zampe e testa e corpo, che adesso danzavano in un rimescolio
di nastri colorati e lunghissimi quasi fatti della stessa sostanza
del suono che incalzava, assordante e sinuoso, e spingeva tutti
a battere le mani, a gridare: «Su! su!» trascinati
da quel folto blu sconfinato... Anche sua madre, ora, batteva
a ritmo i palmi e muoveva lievemente il corpo sottile, la vita
stretta dal braccio di suo padre, che: — Guarda un po’!
Tu guarda un po’ che roba! — diceva, pestando i
piedi sul basolato, che ballava, sconnesso, mentre quello girava
in tondo in una goffa, abnorme piroetta, tirava di spada con
l’uomo, lo feriva a morte, si faceva come più alto,
poi lasciava cadere con la zampa il cappello a terra, chinava
la testa, il muso affondato nella collana di nastri colorati,
e tutt’intorno un piccolo diluvio di monetine, tanti ranocchi
bruni, che balzavano via dalle mani scattanti dei più piccoli
in un tripudio di strilli, saltellavano un po’ sul basolato
e poi si fermavano... mentre l’uomo resuscitava all’istante,
ringraziava, raccattava, svelto, i ranocchi, aiutato da ciurme
scure e sgambettanti di bambini tutt’ossa...
Finiva sempre così, con sua madre che non la smetteva
più di parlare e parlare, abbandonando la testa sulla
spalla di suo padre, che le stringeva la vita, poi si girava
verso di lui, gli lanciava un’occhiata, come a dire: «Le
donne!», lo invitava a guardare quel manico lungo e sottile
di una padella di rame semiavvolta in carta da pacchi e penzolante,
sbilenca, dalle dita belle di sua madre, nella luce violazzurra
del primo crepuscolo steso morbido sulla strada che, passo dopo
passo, li portava di nuovo a casa...
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