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Quando un orso passeggia lungo il Corso
la gente corre al bar per bere un sorso.
Toti Scialoja
PercOrsi
(di Caterina Bonvicini*)
Bologna, ottobre 2003
Ho conosciuto Iuri Anton Jon Scripcaru
quando ancora non era «una
montagna di pelo e coperte contro il muro». E nemmeno
un equilibrista. Cioè quando era solo un’idea.
Il «segreto bruno» di Evelina prima che del Biondo.
Eravamo a Bologna, a casa mia – probabilmente con i piedi
sul tavolo e una birra in mano. Lei mi parlava di uno straniero.
Uno straniero in mezzo a stranieri. Aveva già tutto il
romanzo nella testa, e soprattutto un’idea precisa di
letteratura: affrontare l’attualità in forma di
metafora – rigorosamente di traverso. Niente parole come
Immigrazione o Sud, niente regionalismi o tributi alle periferie
del mondo. Non una scrittura a cavallo del momento, ma un orso
a cavallo di una bicicletta. Parlava di una favola. Termine
che mi faceva ridere parecchio, sulla sua bocca, considerando
il suo immaginario cruento.
– Una favola, tu?
Ma le fiabe, si sa, sono crudeli e l’immaginario di Evelina
nel tempo si è modificato. Si è in qualche modo
aperto, verso una speranza, credo, contenuta e matura. Ha preso
il volo.
Infatti l’orso ha volato, sulla bicicletta naturalmente.
Oggetto fondamentale, costruito con fatica, come tutti i suoi
predecessori, che hanno fatto lievitare le storie passate, carriole
o armoniche che fossero. In ogni caso, si parte sempre da lì:
da una pratica paziente di chiavi inglesi, cacciaviti, martelli,
dal sudore che si asciuga con il dorso della mano. Perché questa è la
scrittura: un lavoro «di lima e carta abrasiva» nel «cuore
meccanico» di qualcosa, come si legge nella Lucertola
color smeraldo.
Ma torniamo agli orsi e ai percorsi, lucertole e criceti appartengono
a un bestiario ormai passato.
Salta fuori che a Compiano, nel parmense, esiste un Museo degli
orsanti. Allora prendiamo la macchina e partiamo, Evelina guida
e io faccio da navigatore.
Per tutto il viaggio, l’ho fatta perdere fino a destinazione.
Compiano è un paese dell’Appennino, deserto e surreale
come quelli dell’entroterra trapanese. La sola differenza è che
fa freddo. Entriamo nell’unico bar aperto e ci sediamo
ad aspettare. Che aprano il museo per noi. Evelina ha preso
un aereo da Palermo apposta.
Quando siamo lì, tra foto di zingari con orsi alla catena
e carretti gitani, ci prende una voglia incontenibile di ridere.
Ma guarda cosa non si fa per una storia. Il mio cane invece è serissimo,
e partecipa attivamente alla ricerca: annusa i reperti animaleschi
e ogni tanto si alza a ballare su due zampe, per non essere
da meno.
Torino, febbraio 2004
Sempre a casa mia, però a Torino. Nevica forte. Quindi
optiamo per una domenica tranquilla di lettura. Evelina è in
maglietta, come se fosse primavera, in Sicilia. Abbiamo davanti
una tazza di caffè solubile e il portacenere pieno. Ci
guardiamo un attimo e nasce lo scambio: sessanta pagine mie
contro sessanta tue. Con grande orgoglio posso dire di essere
stata la prima a conoscere Iuri.
Il romanzo non è finito però dice già tutto,
in capitoli sparsi e brani ancora da collegare, sul percorso
di una scrittrice.
C’è quel suo modo di raccontare per dettagli evocativi,
in densità (una sigaretta piantata a terra per la morte
di un figlio), la violenza dell’immagine che si accompagna
puntuale a una delicatezza (un fazzoletto a riparare la rabbia
di un uomo e il sangue di un orso), una trama sottile di rimandi
interni che è la mappa della narrazione. Ma c’è anche
qualcosa di nuovo.
Ha trovato la sua unità di misura per il romanzo. Ai
miei occhi, lei è profondamente scrittrice di racconti
e con Il giorno degli orsi volanti scopre la sua dimensione,
quella che più le appartiene, nel passo lungo. E cioè una
forma romanzesca al confine con il racconto, che le permette
di superare la sua natura e insieme di non tradirla.
Palermo, aprile 2004
Palermo, ora dell’aperitivo. Siamo sul terrazzo: davanti
a noi la facciata stupenda dell’Olivella. È così vicina
che viene voglia di sporgersi un po’ e accarezzare Santa
Rosalia. Accarezzo un pacco di fogli invece, ancora caldi di
stampante. La prima stesura del romanzo è finita.
Il lavoro ancora no. C’è tutto un arricchimento
a venire che seguo attraverso gli occhi di Evelina prima che
sul testo, mentre lei mi fa conoscere la sua città. Sono
passeggiate dentro al romanzo, anche.
Fra i banchi della Vucciria e di Ballarò, vedo comparire
il Biondo che arranca con la sua carriola. Camminando nei vicoli
del centro non incontro orsi ma parecchi cavalli, che spuntano
dalle porte come apparizioni. E quando ci arrampichiamo fra
le case abbandonate di Poggioreale, nel silenzio spettrale del
dopo terremoto, ecco gli scenari di guerra descritti da lei.
E non importa se siamo nel trapanese o in Kossovo, il dolore
sui muri è uguale.
Semmai, nel romanzo, l’Est e il Sud si distinguono per
la colorazione. Chi cerca la precisazione geografica, deve guardare
alla luce della scrittura. Quando prevale l’arancione
e il giallo, quando la temperatura della frase sale e i personaggi
sudano, quando il clima è secco e si alza la polvere,
siamo in Sicilia. Quando la tonalità di fondo è viola
o blu, con scatti di rosso scuro (circense) e macchie bianche
improvvise (di vacche), allora è terra slava. Raccontata
con doppio filtro: la pittura di Chagall e gli studi del padre
di Evelina sul Kossovo. Il mondo del Biondo è un mondo
interiorizzato, niente a che vedere con l’inchiesta. Non è nemmeno
un paese troppo straniero. Ci sono addirittura manifesti elettorali
a noi familiari, violenze che forse ci riguardano. Perché i
veri percorsi di Evelina sono sotterranei.
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