[Dopo gli interventi di Helena Janeczek, Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca e Luigi Bernardi, le risposte di Michela Murgia]
Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea? Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?
Aver scritto un paio di libri non mi dà licenza di commento sullo stato della letteratura italiana contemporanea più di qualunque altro lettore forte, anche se il mio «forte» significasse qualcosa di più dei dodici libri all’anno della media italiana della categoria. In diversa proporzione ho letto libri ottimi e libri che mi hanno lasciato solo il rancore per i soldi spesi, ma ci vuole altro per vedere la produzione letteraria italiana come un corpo collettivo con uno stato di salute generale da verificare. Se si è critici o se del critico si ha l’inclinazione all’anamnesi, la si può (e si deve) leggere anche così; solo non è il mio mestiere. Avrei piuttosto qualcosa da dire sulla difficoltà di trovare qualcuno che il critico lo faccia ancora, al di là di marchette, anticipazioni, recensioni della quarta di copertina o sassolini dalle scarpe in terza pagina firmati non da critici, ma da scrittori con qualche conto di rabbia da regolare. Anche su Libero, perché no.
Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?
Posso parlare solo per la mia breve esperienza in ISBN e in Einaudi. La prima ha in catalogo molte scelte che un ordinario direttore di marketing editoriale rubricherebbe alla voce “invendibile”, o comunque di gran nicchia. Escono lo stesso, e grazie a queste scelte capita che mi si assesti sul comodino un ottimo sconosciuto come il Tonon dello scorso anno, non proprio un romanzo da strenna natalizia. Dai tipi di Torino del resto ho visto pubblicare libri che persino io intuivo che non avrebbero ripagato nemmeno la loro stampa, tanto lontani erano da quel che staziona in classifica. Valutati come buoni libri, anche questi sono usciti lo stesso. Finché cose così continuano a succedere persino in una grossa casa editrice dove la pressione sul risultato di vendita è forte, da lettore io respiro. Mi interrogo piuttosto sulla necessità, invocata da molti addetti ai lavori, di far uscire un certo numero di porcate vendibili per garantire copertura economica alle operazioni di qualità che altrimenti sarebbero puro mecenatismo. Se per poter raggiungere un lettore servono dieci consumatori di libri, il problema forse non sono solo le scelte editoriali.
Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?
Non ho abbastanza informazioni per esprimere un giudizio in questo ambito.
Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?
La rete è relativamente un bene di pochi, e i pochissimi che in rete si interessano di letteratura sono gli stessi che già leggono. A causa di questo limite, stimo che il web non abbia influito sulla diffusione e la fruizione, al massimo ha fornito un posto in più agli scout dove cercare segni di vita letteraria intelligente. Credo che invece – nell’area ristretta di questo ombelico – abbia influito moltissimo su cose collaterali alla scrittura, per esempio «educando» la nuova critica all’orizzontalità della rete, e rendendo visibile il percorso a chiunque se ne sia voluto interessare. Non mi pare apertura da poco per ambiti dove la norma è accoppiarsi tra consanguinei. L’esistenza di una interazione immediata, diretta e costante tra critici, lettori, scrittori e vari addetti ai lavori è una cosa possibile solo su internet, e non mi stupirei se questa nuova dinamica fosse all’origine di alcune scelte operative esterne alla rete, ma molto interne alla produzione, selezione e valutazione di opere letterarie.
Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?
Le case editrici sono innanzitutto imprese commerciali, non riesco a immaginare che la loro modalità di produzione possa o addirittura debba essere sostenuta al di fuori del risultato di mercato delle singole scelte editoriali, qualunque cosa pubblichino. Sono invece incuriosita da forme di distribuzione alternative che taglino i costi al lettore. Spero che le nuove tecnologie possono fare per il libro una rivoluzione analoga a quella che stanno facendo per la musica, anche in una prospettiva di ridefinizione del copyright.
Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso? Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?
Salto a piè pari la distinzione tra l’opera letteraria e le uscite di opinione dello scrittore, perché mi pare di capire che la domanda parta proprio dalla constatazione che siano due cose distinte e non necessariamente consequenziali. È evidente che pubblicare libri non comporti una infusione di responsabilità civica. Lo scrittore è un cittadino che ha spazi di espressione più visibili di quelli del suo panettiere, ma se è vero che può decidere di usarli come luoghi ulteriori del suo eventuale dissenso, è ingenuo aspettarsi che lo senta come un automatismo. Pretendere presenza civica da chicchessia in virtù del fatto che scrive libri ha fatto sì che da un lato si sentano perfetti incompetenti esprimere banalità su qualunque argomento solo perché qualcuno gli ha pubblicato un romanzo, e dall’altro lato che alcuni rivendichino il diritto di fare da scrittori lo stesso silenzio che avrebbero fatto da panettieri, pur di non giocarsi la libertà personale di scegliere quando tacere. Quelli che auspicano lo scrittore civile sembrano infatti dimenticare che all’aumentare delle conseguenze di quello che dici, diminuisce proporzionalmente la tua possibilità di scegliere di non dirlo. Lo affermo perché in genere cerco di non tacere mai quello che mi indigna, ma se da un post di denuncia sul mio blog o da un articolo di giornale che ho firmato possono nascere una interrogazione parlamentare o una protesta pubblica, so benissimo che da quel momento non posso più scegliere di non scriverli senza diventare complice di quel che non ho denunciato. Tenere questa linea ha un costo crescente, ma per me il voler correre il rischio di pagarlo attiene più all’interpretazione della parola cittadino che non a quella di scrittore. Però non mi sembra che la questione sia lo scrittore che tace, anzi. A sentire i discorsi, anche quelli tra intellettuali, parrebbe che il problema sia piuttosto che gli scrittori parlino «troppo», o compaiano «troppo» in televisione a dire quel che pensano, o firmino «troppo». Accanto al coro sparuto di chi invoca lo scrittore civico come altri volevano il carabiniere di quartiere, si alza quello molto più folto di chi auspicherebbe che stesse zitto proprio in quanto scrittore, che si facesse un po’ i libri suoi – «buoni libri», ça va sans dire – a meno che non accetti di farsi sindacare come, dove e perché parlare; immagino che questa schizofrenia dipenda dal fatto che la scelta di pronunciarsi da parte di alcuni metta in imbarazzo i silenzi di altri, ma il paradosso è che proprio chi sceglie di aprire bocca si trovi alla fine a pagare non solo il prezzo di aver rinunciato al controllo sul suo silenzio, ma anche quello di subire il processo alle intenzioni, e sentirsi tacciare di migliorismo, di ricerca di visibilità, o di compulsione al petizionismo sciacqua coscienza. Io parlo, firmo e scrivo comunque ogni volta che mi pare di poter ottenere delle conseguenze, ma non mi stupisce che il silenzio continui a sembrare ad alcuni più dignitoso della parola detta a queste condizioni.
Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?
Il potere politico mira a costruire consenso, la cultura educa invece alla consapevolezza, quindi soprattutto al dissenso. Per questo diffido della cultura di cui la politica non ha timore, e sul territorio dove ho scelto di stare sto molto attenta al modo in cui si muovono i soldi in quel verso, perché dietro spesso ci sono patti di non belligeranza. Non è un caso che l’intellettuale che tace sia spesso proprio quello che presiede kermesse a nomina politica, che fa consulenze di questo o quell’ente o che campa in regime protetto di visibilità mediatica.
Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?
Non è questione di opportunità. Per assurdo l’opportunità ci potrebbe pure essere, e magari sarebbe quella di raggiungere con un pensiero alternativo lettori che non comprerebbero mai il Manifesto; dire cose di sinistra a gente di destra pagato da Libero mi parrebbe un signor gesto di controcultura, se quello che ha fatto Nori fosse questo. Ma ripeto: non è questione di opportunità, e nemmeno di ideologia, perché di scrivere per Libero mi vergognerei anche se fossi di destra. Qualche tempo fa mi invitarono a intervenire sul tema del lavoro precario in un talk show condotto da tal Gianluigi Paragone, ex direttore della «Padania», ex vice direttore di «Libero» e attualmente vice in Rai in quota Lega. Rifiutai, motivando che non intendevo legittimare un salotto leghista da un mezzo ambiguo come lo schermo televisivo, dove è sufficiente una inquadratura scaltra a rendere funzionale un’opinione al suo contrario. L’ho fatto perché trovo corretto accettare il confronto solo quando c’è almeno la possibilità che a fare la differenza siano le idee, e non il mezzo. Trasmissioni come quella a cui non sono andata, o i TG di Mediaset, o «Libero» e «il Giornale» sono posti dove il mezzo, il registro espressivo di cui si serve scientemente e la linea editoriale tutta, esprimono un significato complessivo che prescinde dal singolo contenuto. Poco credibile pensare di starci dentro senza sporcarsi, verginalmente astratti dalla responsabilità dell’insieme. Mi si obietta che pubblico per Einaudi, quindi non sarei nella posizione di fare discorsi di purezza. Solo che io di pubblicare per Einaudi sono fiera, e rivendico il mio diritto di restarci non a dispetto di Berlusconi, ma esattamente perché è di Berlusconi. Non dirò che ci ho potuto scrivere ciò che volevo senza censure: quello dovrebbe essere il minimo sindacale con chiunque (ma ci sono posti de sinistra in cui ho dovuto discutere per ottenerlo, detto en passant). Dirò invece l’assurdità di valutare «Libero» o il TG4, strumenti nati come corazzate di disinformazione mirate a inquinare la percezione del reale nella gente, con lo stesso metro con cui misuro l’autorevolezza di una casa editrice la cui storia precede ampiamente Berlusconi, acquisita con modi che la magistratura ha definitivamente riconosciuto illegali, e quindi a tutti gli effetti posseduta illegittimamente, comprese le competenze delle persone che ci lavoravano dentro, e delle quali non ho alcuna intenzione di privarmi solo perché gli avvocati della famiglia Berlusconi hanno pagato un giudice per appropriarsi di Mondadori. Se c’è qualcuno che eticamente è fuori posto in Einaudi è Silvio Berlusconi, non Michela Murgia, non Ascanio Celestini, non Francesco Piccolo, non Marcello Fois o quanti di noi dichiaratamente a sinistra rivendicano il diritto di starci a condizioni di libertà. E devo dire che trovo inquietante che qualcuno possa considerare un traguardo democratico vedere Einaudi diventare un monolite ideologico berlusconiano dove abbiano diritto di cittadinanza solo gli scrittori (e gli addetti ai lavori) non antagonisti. Resta il fatto che il nostro comune lavoro gli fa guadagnare tanti soldi, e non farò finta che questo non sia un problema, visto che i soldi sono parte significativa della sua forza. Ma sarebbe avvilente se lo scopo di qualunque impegno civico io possa aver scelto di esprimere fosse quello di diminuire il patrimonio di Berlusconi, e non solo perché gli farei poco danno. Il mio obiettivo non è l’assalto al deposito di zio paperone, ma dire quello che penso a più gente possibile nel modo più efficace, con la speranza che, insieme alla voce di altri, il mio pensiero possa costituire materiale per la strutturazione del mio dissenso e di quello di chi lo condivide. Che altro vuol dire fare cultura, se non questo? A cosa altro dovrebbe servire? Sono stanca di sentirmi dire che sono incoerente perché, «pur» autore Einaudi, rivendico il diritto di criticare il modello politico e antropologico berlusconiano tutti i giorni che Dio manda in terra, e l’ironia sta nel fatto che me lo sento dire da intellettuali laureati in assenza civica, che anche avendo editori indipendenti non si assumono mai il rischio di scrivere una riga di pensiero fuori dagli steccati protetti, perché «non fanno comizi», loro, ma «buoni libri». Sarebbe un perfetto arredo da salotto questo compunto silenzio degli innocenti, se avessi un salotto.