Evelina Santangelo
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Riflessioni
Dopo dieci anni di collaborazione con la casa editrice Einaudi, dichiaro che io oggi più che mai non me ne vado.
Mondadori, il coraggio di parlare (da "il Fatto Quotidiano" - mercoledì 1 settembre 2010)
DITE A TUTTO IL MONDO CHE HO PAURA DI MORIRE
Bossi, il dottor «ce l’ho duro» (da «il Fatto Quotidiano» - martedì 10 agosto 2010)
Oro nero, ultimo nemico dell'Amazzonia («il Fatto Quotidiano» - giovedì 5 agosto 2010)
Incredibili scuse a Dell'Utri («il Fatto quotidiano», martedì, 20 luglio 2010)
Lavoro: Fantozzi era un dilettante («il Fatto Quotidiano», venerdì 16 luglio 2010)
Articolo 21 della Costituzione Italiana Riformata in base al diritto inalienabile alla «distrazione di Stato»
Cari lettori, gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera...
Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone (di Attilio Bolzoni - La Repubblica)
Siete tutti invitati alla: FESTA DI NAZIONE INDIANA (nel Castello Malaspina di Fosdinovo in Lunigiana)
Gianni Biondillo racconta Nazione Indiana: « a fine maggio siete tutti invitati alla nostra festa»
VISIONI D'ITALIA / MARSALA «Il porto e il vino, due leggende divorate dal tempo. Dei monumenti restano un piedistallo e qualche pilastro imbrattato. Marsala assassinato dalle vendemmie verdi » di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
La responsabilità dell’autore: Biagio Cepollaro (da Nazione Indiana)
IL SILENZIO COMPLICE di Evelina Santangelo (Pubblicato su Nazione Indiana)
La responsabilità dell’autore: Marcello Fois (Da Nazione Indiana)
Antonio Albanese: le sette parole chiave...
«Faccette verdi, tifoseria e cinepanettoni. Metafore elettorali per il Piemonte» di Gaia Rayneri
La responsabilità dell’autore: Nicola Lagioia (da Nazione Indiana)
SCIASCIA, IERI, OGGI E DOMANI di Evelina Santangelo (il Fatto Quotidiano - giovedì 25 marzo 2010)
Intervista a Evelina Santangelo (webzine: Sul Romanzo)
Intervista inedita di Fabrizio De Andrè
T.R.S.T me! (Trieste vista dalla Luna) di Azra Nuhefendic (da Nazione Indiana)
NON TOCCARE IL MIO AMICO. Manifesto contro il razzismo in Italia.
«Palermo, quando la vita è un Gratta & Vinci» di Evelina Santagelo (il Fatto Quotidiano, sabato 27/02/2010)
Altri articoli su Mafia a Milano (da Nazione Indiana)
Nella bocca di Milano di Giuseppe Catozzella (da Nazione Indiana)
La responsabilità dell’autore: Michela Murgia (dall'inchiesta di Nazione Indiana)
«I meridionali sono meno intelligenti» da «il Corriere della Sera.it» (16 febbraio 2010)
«Lo scrittore solo» di Evelina Santangelo (il Fatto Quotidiano - sabato 13 febbraio 2010)
È morto J. D. Salinger... di cui non restano immagini recenti... a uso della stampa, almeno... ma ci restano intatti nella loro forza i suoi racconti e romanzi.
Gianni Lannes: libertà di stampa, navi dei veleni e... «leggerezze» o «distrazioni» di Stato
«Ascoltando “Un sopravvissuto di Varsavia” di Arnold Schoenberg», di Orsola Puecher (da Nazione Indiana)
«Morire nel deserto» di Fabrizio Gatti (da L'espresso)
«Terroni parassiti. Odio e identità di Radio Padania» di Evelina Santangelo (Il Fatto Quotidiano, sabato 23 gennaio 2010)
«Pubblicare per Berlusconi?» di Helena Janeczek (da Nazione Indiana)
Ipocrisie e pregiudizi leghisti... conditi di somma arroganza e ignoranza crassa e... potere politico.
«Vite maledette»... vite da Insân... Uomini.
Rosarno: parlano gli stranieri, e sono parole che dovrebbero solo farci provare vergognare...
Rosarno e la rivolta degli schiavi: due pezzi pubblicati su NI degni di nota. Autori degli articoli: Marco Rovelli e di Biagio Simonetta
Kids On Rainbows... a tutti!
Orrore... in Iran...
Roma, Camera dei Deputati 3 gennaio 1925 (perché oggi è davvero tutto diverso, ma le parole non sono vergini)
«Siamo tutti feriti» di Evelina Santangelo
Rivoluzione verde. Ayatollah Kamenei: «gli oppositori sono cme la schiuma sull'acqua. Quello che rimane è il sistema. L'opposizione sarà eliminata»
Una delle venti capitali mondiali dei veleni: Linfen (Cina)... «la città morta» abitata dagli «spettri del mondo»
12.12.1969 Strage di Piazza Fontana - 12.12.2009 La giustizia non abita qui...
Scala - Carmen backstage
Io sto con i magistrati (Evelina Santangelo)
Firma anche tu l'appello di Roberto Saviano contro il cosiddetto «processo breve» sul sito di La Repubblica.it
da Wikipedia: La Banca Rasini (Berlusconi, Andreotti, Sindona, Calvi, Provenzano, Riina, Magano...)
«Berlusconiani ma compagni. A Einaudi la lotta continua» di Francesco Borgonovo (Libero 1-12-2009)
Alberto Asor Rosa: «Perché si spara su Einaudi» La Repubblica (30-11-2009)
«Letteratura come filosofia naturale» di Marco Belpoliti (da La Stampa)
«Il coro degli aspiranti scrittori, intellettuali, scrittori-intellettuali del nostro tempo... » (di Evelina Santangelo)
No-B Day
Walter Siti «Troppi paradisi» (2006).
«Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte» di Marco Simonelli (Nazione Indiana)
«Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo» di Barbara Spinelli
Primarie Pd: chiunque vinca...
«Note sul rapporto tra personale e politico (in margine al caso Marrazzo)» di Marco Rovelli (Nazione Indiana)
L’emergenza estetica nell’Italia maschilista di Maria Laura Rodotà (Corriere della Sera - 14 ottobre)
«Dialogo con Giorgio Vasta» di Alessandro Garigliano
Dopo la candidatura di Palermo alle Olimpiadi 2020...
Il pedinamento del giudice Mesiano... un tipo da tenere sotto stretta sorveglianza... come chiunque di noi... (verrebbe da dire, vista la natura delle stranezze che gli vengono contestate)
Il Fatto Quotidiano - venerdì 16 ottobre: un bell'articolo di Barbara Spinelli sulla cultura dell'anti-stato.
Il re di «Pointlandia, «Esso»... lancia la sua rivoluzione...
«È l’animale, questo, che non c’è» di Orsola Puecher (Nazione Indiana)
Pensiero eversivo... in tempi di «crisi».
«L’epica-popular, gli anni Novanta, la parresìa Appunti sui tre saggi di Wu Ming 1 contenuti in New Italian Epic» di Tiziano Scarpa
Scorte negate.... Un articolo pubblicato su Agoravox. Autore: Sergio Bagnoli
«Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori)» di Evelina Santangelo (Nazione Indiana)
Mario Cervi e la sua «stanza» del manganello, nel Giornale diretto da Feltri
Negrita: Il libro in una mano, la bomba nell'altra
«La rivolta delle figlie» di Renzo Guolo (la Repubblica, giovedì 17 settembre 2009)
«Miraggi (ovvero, contrappunti ironici) di Sicilia» di Evelina Santangelo
LEGA LADRONA: a Renzo Bossi (figlio del senatùr Umberto Bossi) incarico da 12.000 euro al mese
«Frontiere erranti della letteratura» di Gianni Celati (Alias, 12 settembre 2009)
«VIDEOCRACY o del fascismo estetico» di Andrea inglese (da «Nazione Indiana»)
Berlusconi, presidente di turno al Parlamento Europeo (2003): «i turisti della politica...». Una pagina che ancora umilia.
E ora querelaci tutti (reazione - NI)
«Il salto di qualità...» di Evelina Santangelo
«La spaventosa ipnosi in cui sembra caduto il nostro paese» di Evelina Santangelo (pubblicato in NI)
Non si tratta solo di «sbavagliarsi»... Si tratta di uscire da questa sorta di spaventosa ipnosi in cui sembra caduto (o ricaduto) il nostro paese.
«Fatima e il Brembo» di Helena Janeczek (da Nazione Indiana)
«Una gabbia per Calderoli» (di Maria Novella Oppo); «Calabria, Acquaformosa si deleghizza» (di Enrico Fierro)
Hamid Ziarati (scrittore iraniano, autore de' «Il meccanico delle rose»): «Lo slogan più bello in Iran: Dio è con noi, oscurate anche Lui!»
Roberto Saviano: «Perché Pecorella infanga don Peppe Diana?»
UN NASTRO VERDE AL POLSO. Appello dello scrittore Hamid Ziarati per la causa iraniana
25 luglio 2009, Roma: Global Day of Action - giornata di solidarietà per il popolo iraniano
Memorie eversive in tempi di ronde... Leggete «Quando i clandestini eravamo noi» di Aldo Maturo (Agoravox)
«Quando i cladestini eravamo noi» di Aldo Maturo
Message to the Young People of Iran by Bernard-Henri Lévy
«I ragazzi di Teheran...» di Evelina Santangelo
L'onda verde... Se il mondo ci chiama...
«Stazione Cumana di Montesanto... Come muore ognuno di noi», di Evelina Santangelo
Firmiamo l'appello di Repubblica contro la legge-bavaglio
«Teoremi... Riflessioni a margine dell’articolo di Carla Benedetti» Evelina Santangelo
«Scurati, una teoria per ogni stagione», di Carla Benedetti
Il nuovo sentimento che serve alla Sicilia. La città e la mafia (La Repubblica-Palermo, 2 giugno 2009)
Marco Belpoliti «Senza Vergogna». Intervento letto a Officina Italia
23 maggio 1992. Per non dimenticare...
Condanna Mills «imbarazzante» per Berlusconi, ma l'Italia glissa (di Elysa Fazzino)
La libertà su Internet è in serio pericolo ! (di Salvo Fundarotto)
La Corte costituzionale cambia la legge 40, insorgono i cattolici
«Se qualcosa è accaduto... (incontro con i ragazzi del Malaspina)» di Evelina Santangelo
«Attacco frontale allo spirito e ai fondamenti della nostra nazione. Esiste più la nostra nazione?» di Evelina Santangelo
Italia: a rischio la ibertà di stampa. Global Press Freedom 2009.
Il grande inganno del dopo terremoto (Da Il Messaggero.it - 3 maggio 2009)
Stand by me (di Jack Nitzsche)
«Se ogni gesto ha un peso e un valore che dipendono dai gesti precedenti... Memorandum dei 25 aprile del premier Berlusconi» di Evelina Santangelo
Prove di «equilibrismo»
«Ma io per il terremoto non do un euro» di Giacomo Di Girolamo (in www.marsala.it)
Kandahar: uccisa l'attivista per i diritti delle donne Sitara Achikzai.
Ray Bradbury «Fahrenheit 451»
Il treno del desiderio (foto inviata da Sabah Benziadi)
Vincenzo Pirrotta mette in scena «Terra matta».
«We will not go down» (Song for Gaza) by Michael Heart
«Stranieri... (alcune riflessioni che stanno alla base dell'idea di «straniero» in «Senzaterra»)» di Evelina Santangelo
«Vi racconto come una Senzaterra vive il suo rapporto con la Terramadre»
La lettera di Oscar Wilde recitata da Roberto Benigni
«Se non ora, quando...» di Evelina Santangelo
Nel 40° anniversario della morte di Jan Palach
In ricordo dell'amico fragile...
Forse sarebbe il caso di ricominciare tutto da qui...
Quel che vorrei augurare ai miei corregionali... e ai miei connazionali
L'Italia s-paesata... (una voce s-paesata)
Quando i lettori ti danno la sensazione di aver scritto proprio il libro che desideravi scrivere... (una lettera di Maria Adele Cipolla)
Torniamo un po' a pensare
Un gesto di civilità - di Roberto Casati (ricercatore del CNRS, vive a Parigi dove lavora al CREA - Centre de Recherche en Epistémologie Appliquée)
"Polar Express", destinazione: l'incubo
Alcune riflessioni sul romanzo "La lucertola color smeraldo" di Ambra Carta (università degli Studi di Palermo. Facoltà di Lettere e Filosofia)
Incontro con i ragazzi della Scuola media Di Vittorio allo Sperone
Riflessioni
Nella bocca di Milano di Giuseppe Catozzella (da Nazione Indiana)

 
“Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.”  Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010

Sta nella bocca, il male risiede nella bocca. Come la lingua, come l’ostia sconsacrata che ti mangi, che ti succhi, che ti tocchi con la lingua. Risiede dentro la bocca, il male: come il verbo.

La prima cosa che fa è sorridermi. Mi sorride di un sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, lo tira con due dita, come dal dentista: come una pernacchia. Mi mostra il dente che gli hanno spaccato, a luglio. Nella bocca, risiede il male. In due, lo hanno menato. Gli hanno detto: “Ti ammazziamo stronzo. Questo è perché così non te lo scordi”. Quella era la quarta minaccia, poi è arrivata la quinta. Cinque, le minacce. A morte. A non parlare più.

La Scrittura te lo dice: “Non nominare Dio”. Non: “invano”. Togli proprio il nome, il Dio non nominarlo, non ti provare. Morte a te. La tentazione, la morte segnata, giurata: il tuo cedimento alla nascita. L’anagrafe.
Eppure. Il primo dio che nomini è la pelle che ti porti addosso, aggrappata ai tuoi stessi nervi. Il primo dio che nomini è il cane che ti azzanna alla gola quando ti rigiri dall’altra parte, sul materasso. Il secondo dio che nomini sono i nervi. I nervi cuciti nella fibra del tuo Paese. Cuciti male, cuciti in fretta. Attaccati sopra. Nascosti sotto uno strato troppo sottile di pelle. Il male: il male naturale. Il terzo dio che nomini sono i nervi che ti prudono, sottopelle, e tu non li raggiungi. Il terzo dio che nomini te lo porti dentro come un cancro. Come il cancro. Il terzo dio che nomini è l’occhio che ti prude da dentro. È l’occhio che non puoi raggiungere. Il terzo dio che nomini è il male che tu sei quando t’inginocchi davanti all’altare. Il quarto dio che nomini è quello che piangi tutte le notti dopo la preghiera della sera. La preghiera dei giusti. Il quinto dio che nomini è tutto il male che ti spinge a fare il bene. Cinque, le minacce. A non parlare più. Gli hanno anche bruciato la casa.

Micco Spicola. Un lavoro all’Ortomercato, al porto di Milano, un contratto a termine, 50 e passa anni, tanti anni, quelli rimasti dietro la bile che scola, la bile che continua a scolare da sola, quando lui si gira dall’altra parte, quando urla, quando grida nel megafono, quando parla piano per i clandestini che non capiscono subito che sono schiavi, poi dopo che glielo urla anche loro lo sanno, lo sanno che 3 euro sono poche, e poi lo dicono, lui, sindacalista, addetto al controllo della marea alta di cooperative di facchinaggio che preparano ogni notte la torta da 3 milioni di euro fumante alla mattina dentro il mercato più grande d’Italia, il porto franco più grande d’Italia. Tutte le notti, in via Lombroso, nel quartiere di spaccio prostituzione clandestini ’ndrangheta, nella zona Corvetto, la zona del re, la zona del For a King, il locale aperto come una ferita purulenta proprio sotto l’Ortomercato, inaugurato da Antonio Paolo, il socio in affari e prestanome del boss della cosca calabrese di Africo, Salvatore Morabito.

Tutte le notti, al primo piano, tra le onde che vanno e che vengono dei lunghissimi tir che continuano a non rispettare le norme antimafia. Dei tir che entrano, una processione infinita di carne, pesce, di frutta, verdura, di clandestini, di caporali, di 3 euro l’ora, di lavoro nero, di lavoro grigio, di spaccio di coca. I tir che continuano a scaricare dentro i capannoni, e non fuori, come dovrebbero per il regolamento antimafia. I tir che vanno e che vengono, in una processione oscena di ventri di balena rigonfi, ricolmi dei boli che saranno i nostri sangui, le nostre ossa, le nostre ciglia, i nostri capelli. Dentro, al coperto. Al sicuro. Coprendo anche le nostre arance, le pere, le cicorie, i kiwi, il lattughino, la carne di bovino, il pesce spada, dei fumi di scarico al diesel pesante.

Micco Spicola lo incontro una notte, dopo la sua quinta minaccia di morte, l’immonda collezione del culo che ti si stringe la paura da sotto i pantaloni, che ti prende da sotto e non ti lascia dormire, che ti infilza dolore fin sotto gli occhi, là dove ti prudono i nervi, là dove arrivi solo con un ferro da maglia, o con il catenaccio che ti tieni in macchina, per terrore che vengano a prenderti, che ti ammazzino. La macchina.

La macchina è una Fiat Uno, e noi ci stiamo dentro ore, di notte. La macchina è vecchia, si vergogna, si vede quasi, parcheggiata di fianco ai suv neri lucidi, alle bmw con i cerchi a ragnatela e le gomme larghe. La macchina è blu, e tace. Noi, dentro, a guardare con gli occhi piccoli a tutte le macchine che si fermavano, a uncinargli le carrozzerie, a quelle macchine minacciose. Micco di tic ne ha qualcuno, gli vengono fuori quando non lo sa, quando per un momento non si pensa, non pensa a ciò che gli stringe da dentro i pantaloni. Ogni tanto c’è l’occhio che gli scivola dietro, come a dirsi di stare tranquillo, che il catenaccio è lì. Io ero arrivato e l’avevo trovato nella sua Uno vecchia di tanti anni. Lui mi aveva fatto segno di tic al labbro di sotto e all’occhio destro di scendere dalla mia, di macchina. E mi aveva aperto la sottile portiera. Mi aveva guardato con minaccia, quasi. Non sapeva chi ero. Il terzo dio che nomini gli diceva paura. Una delle prime cose che fa è sorridermi. Mi sorride con quel sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, tirato da parte a parte con i due indici: la pernacchia. Mi mostra il dente che per metà non c’è. Ti ammazziamo, stronzo. Poi subito mi parla di Hasan, che due notti prima aveva incontrato sul piazzale 63 di carico dei furgoni degli acquirenti. Hasan è egiziano, e in Egitto è avvocato. Hasan. Quando mi parla di Hasan gli brillano gli occhi piccoli e verticali di paura. Si gira, si assicura che lo stia ascoltando, che sia lì con lui, che non me ne vada ancora. Hasan, sono tre anni che tutte le notti scarica centinaia di casse dai tir e le ricarica sui bancali che poi vanno a finire ai mercati, ai supermercati, nella mia mano, nel mio piatto, dentro il mio coltello: nella mia bocca. Lavora come una gru con i nervi, lavora nel silenzio e nel buio, non lo vede sua madre, non lo vede soprattutto suo padre. Lui lavora come una gru con i nervi, la polvere sottile del diesel pesante che gli entra dal naso mentre si abbassa e tira su le casse, la polvere sottile al diesel che si deposita sui suoi polmoni, lui lo sa, questo ha un nome, si chiama sfruttamento di lavoro nero, lui in Egitto è avvocato, in Italia un cazzo. E sono tre anni che lavora in nero, perché è clandestino, perché è nero pure lui, è uno di quegli egiziani neri che sembrano senegalesi. Un avvocato clandestino. Poi segue il padrone al mercato, e lì continua a lavorare fino alle tre del pomeriggio. Lavora 15 ore al giorno, Hasan. E i soldi che tira su gli bastano a malapena a vivere. Per cavarsi l’energia per bestemmiare al cielo nero della notte di Milano quanto è puttana la vita. Micco mi raccontava di Hasan e gli passava il tic, si fermava, si sospendeva, gli dava tregua. Parlava di Hasan e si ritrovava, si distendeva.

Poi mi ha portato a vedere il suo ufficio, Micco. La notte prima era arrivato, e di fuori, sul muro e sulla porta aveva visto il sangue. Il suo sangue. A forma di croce, che dice morte. “Bastardo” gli hanno scritto. Bastardo con la croce. Un bastardo ancora vivo per non molto. Con la vernice rossa. A non parlare più.

All’Ortomercato di Milano ci sono le cosche della ’ndrangheta. La società che lo gestisce, l’Ortomercato, 450mila metri quadrati, un porto vivo praticamente, più di tremila persone che ogni notte si spaccano la schiena, i facchini si chiamano, una terra di nessuno che rifiorisce ogni notte, come un tubero cacato male, ficcato all’incontrario, nessun controllo, i caporali fuori a reclutare italiani e clandestini, ficcati a sforzo dentro un tir che scarica in un punto cieco oppure direttamente a scavalcare, tanti, ogni notte che scavalcano le inferriate basse, tenute basse come una marea senza energia viva, un’emorragia. Dalla porta 3, poi, dalle tre e mezzo ogni notte si entra anche senza scavalcare, non c’è nessuno a vigilare, niente. Questo lo sanno tutti, basta che chiedi in giro e ti dicono si entra, entrano tutti, dalle tre e mezzo in poi. La società che gestisce l’Ortomercato di Milano si chiama Sogemi, e al 99 percento è di proprietà del Comune di Milano, se ne sta placida all’ombra della Madonna d’oro che dorme alta, che infilza i piccioni.

For a King. The king, in questo caso, è Salvatore Morabito, rivale ad Africo di Peppe Morabito, u tiradrittu, uno dei padrini più potenti di tutte le ’ndrine. L’operazione For a King prende il nome dal locale dei velluti raffinati, dal night che Salvatore Morabito aveva fatto costruire proprio nel cuore degli edifici di Sogemi, nella via Lombroso, una delle vie più purulente di Milano, che la Madonna d’oro non la sa. Il primo agosto del 2007 il Gup di Milano dà 13 anni di prigione al rivale du tiradrittu, dopo che la squadra Mobile e la sezione Criminalità organizzata della Questura di Milano avevano sequestrato 250 chili di coca, dopo le indagini della pm Laura Barbaini. Spaccio internazionale, si chiama, questo lo sa pure Hasan. Dal Sudamerica al Senegal, poi Portogallo, Spagna. Italia. Milano. Ortomercato. I locali di corso Como, i locali dell’Arco della Pace. I locali dietro la Scala. Dentro ai nasi. Dentro ai nasi e poi ai polmoni, e poi al sangue, e poi al cervello.

Il processo che si è chiuso troppo in fretta. È la stessa pm Barbaini a dirlo, quando dice di aver “fatto appena in tempo a firmare la richiesta per dieci arresti, quelli della droga”. Dieci arresti pesanti, e fuori dal suo ufficio tre angeli custodi della squadra scorte: Salvatore Morabito, Francesco Pizzinga, Antonino Palamara, Pasquale Modafferi, Francesco Bruzzaniti, più un vigile della polizia annonaria e una funzionaria della banca Unicredit. Quel processo andava chiuso. Ma quel processo, piano, è continuato, sono continuate le indagini della procura, come la tana che fa la talpa nascosta, da sotto, quando continua a scavare e nessuno la vede. L’Ortomercato a Milano non è solo il luogo ideale in cui la luce è bandita, è oscena, la notte, il porto franco benedetto, il girone dello schiavismo denunciato in continuazione e mai fermato, la patria e il tetto di clandestini a 3 euro l’ora, la destinazione di tutto quello che non può avere destinazione, del lavoro nero e del lavoro grigio (40 ore in busta paga, lavorate 250), non è solo il luogo ideale di incontri, di sodalizi, non è solo una bolla magica dentro la città, una bolla che a entrarci dentro poi sparisci, ci entri e non ti trovi. Perché è così che è Milano, dai tempi di Sindona e poi di Calvi. È così: tu entri in una banca, e poi ti dicono facciamo questo, facciamo quest’altro, e tu dietro ai soldi non ti trovi. C’è la ’ndrangheta, siamo coperti. Facciamo questo. E tu entri nella bolla e lo fai. Poi tu sparisci, o non ti sai. L’Ortomercato è il terreno delle ’ndrine di Calabria a Milano, il loro concime e nutrimento. L’inchiesta è continuata, e così il processo. Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex facchino ed ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore, amministrava il consorzio Nuovo Coseli, gli uffici nello stesso identico edificio della Sogemi, la società al 99 percento del Comune. Gli uffici negli uffici, sotto la Madonna d’oro che dorme.

Novanta società, novanta cooperative, novanta srl, dentro l’Ortomercato. Tutte in mano alla ’ndrangheta, tutte sotto il consorzio Nuovo Coseli. Tutte con scadenza programmata: dopo cinque anni tutte messe in liquidazione in Sicilia. Il giochino semplice, quello delle fatture false che riempiono i portafogli. Nuovo Coseli prende enormi appalti da Sda (Poste Italiane), Dhl, Tnt. Poi li gira a una cerchia di società cooperative di secondo grado, sempre sotto Nuovo Coseli, che di nuovo li passa a società di terzo livello: scatole vuote usate come fabbriche di carte per l’emissione di fatture false incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Fatture false per prestazioni mai fornite, e che alla fine portano alla liquidazione le società di secondo livello. La New Coop, per esempio, che in sei mesi monetizza 530mila euro. Nove milioni di euro in meno di tre anni. E così, nove milioni di euro in tre anni, e Micco che mi guarda e con la bocca chiusa mi chiede perché lui che ha cinquanta e passa anni deve prendere mille e tre al mese, ed è precario, e c’ha la famiglia, la moglie le figlie, e c’ha cinque minacce di morte addosso che gli puzzano sotto le ascelle, che gli puzzano dentro la parlata, che gli occhi sono verticali e piccoli e asciutti perché suda troppo, di acqua dentro non ne ha più. Denaro che secondo i pm andava a gonfiare le casse per l’acquisto di enormi partite di droga. Nel 2003 Nuovo Coseli ha debiti per 700mila euro. Antonio Paolo, come ricostruisce il procuratore generale Felice Isnardi, in Appello, manda una lettera a Sogemi e dice che i debiti saranno risanati grazie a un nuovo socio: Salvatore Morabito. Antonio Paolo è il tramite delle cosche di Africo dentro l’Ortomercato di Milano, dentro il porto senza acqua di Milano, con la Madonna d’oro che fa da faro, nelle notti buie e con le nuvole lei è sempre illuminata. “Questo è il vero riciclaggio” dice la pm Barbaini. “Il denaro sporco entra nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni in apparenza pulite. Dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca.”

Micco Spicola di queste cose non mi dice proprio niente. Nella strada tra il suo ufficio e il parcheggio esterno dove stiamo ore a parlare chiusi dentro una Fiat Uno incrociamo Mohamed. Mohamed è un vecchio. Quando lo vede, Micco ferma la macchina e tira giù il finestrino. Gli fa il cenno con la mano, Mohamed gli allarga il sorriso e gli fa vedere i denti. I denti. Chissà perché la bocca, il dentro della bocca si fa vedere sempre per primo, si presenta come a dire guarda sono il tuo cavallo, guardami dentro la bocca, guardami i denti e la lingua. Guardami il verbo, guarda, non ti sto offrendo niente che non va. Mohamed fatica in nero. Così dice Mohamed: che lui fatica. E lo dice perché ha vissuto a Napoli, prima, e quello gli è rimasto come il timbro al braccio per la vecchia tbc. Prima lavorava in un’impresa edile, poi è caduto da un ponteggio, è rimasto in coma due settimane, e nessuno lo voleva più a faticare. Mi giro verso il parcheggio 60, che è la zona dove Mohamed lavora: zoppica un po’, andando via, quasi incespica nei suoi passi ma non cade, non cade mai, è una danza. Carica camion, si appropria dei bancali lasciati ovunque e li rivende a 50 centesimi l’uno ai grossisti della frutta, sono suoi i bancali dell’Ortomercato, lo sanno tutti. Anche questo sanno tutti, se lo chiedi te lo dicono. I bancali sono tutti di Mohamed, ti dicono. Lasciali lì, i bancali, che ci pensa Mohamed a tirarli su. Mohamed, come Hasan, lavora. Vuole il permesso di soggiorno, vuole uscire dal ricatto.

Le pupille piccole, attente, verticali, ritmate da un tic violento, continuo, non gli lasciano il tempo. Lui, Micco, mi parla degli scioperi. Hanno organizzato due scioperi, qui dentro l’Ortomercato, la giostra dell’inferno. Due scioperi. “Il miracolo a Milano”, mi dice Micco. Il miracolo. I primi e unici scioperi della storia dell’Ortomercato. Per dire no allo schiavismo dei padroni delle cooperative. Per dire di no al lavoro a nero. Per dire di no al lavoro senza il rispetto delle norme di sicurezza, e ai licenziamenti che ti tengono per le palle. Per dire che bisogna rispettare i regolamenti antimafia. Per dire che l’accesso al porto che è l’Ortomercato deve essere regolamentato. Per chiedere gare, per gli imprenditori che vogliono lavorare dentro l’Ortomercato, non la discrezionalità di si sa bene chi è. È dal maggio del 2005, quando hanno fatto il primo sciopero, che Micco è minacciato. Gli hanno detto che si deve fare i cazzi suoi. Una delle cooperative che più fa lavorare a nero, a grigio, la Liberty di Claudio Donnolo, nata dalle ceneri della Ncm, potrebbe avere le sue ragioni per non volerlo vedere più, lì. La Liberty. Nata dopo che la Ncm è stata sciolta proprio per alcune inchieste che avevano dimostrato che faceva lavorare a nero i facchini per la Cappelletti Srl. Gli uffici negli stessi uffici della Ncm. Lo stesso edificio di Sogemi, la società controllata al 99 percento dal Comune di Milano. E la stessa Liberty: il 28 ottobre del 2008 nuovamente pescata per somministrazione illecita di manodopera. E poi di nuovo il 15 gennaio 2010, mi dice l’ispettore del lavoro.

Micco Spicola vive con la morsa nelle mutande. Una morsa costante che non lo lascia mai. Per avere gridato per chi non ha la voce, non ha la lingua, nella città del silenzio ipocrita e calunnioso, sotto l’ombra della Madonna d’oro. Per aver gridato che dove lavora lui la criminalità deve sparire.

Ci avevano messo un anno. Me lo dice in macchina, e quasi gli si mozza la voce dentro la gola: per la rabbia, per le lacrime ficcate che ingoia. Un anno per scrivere un bando, insieme a quello che pochissimi giorni fa ha detto pubblicamente che lascerà l’Ortomercato: Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi. Un amministratore pulito, che si è messo contro qualche interesse importante. Un anno per scrivere un complesso documento che disciplinava l’ingresso delle cooperative dentro l’Ortomercato. Solo tre cooperative. Non di più. Tre che dovevano passare le più minuziose indagini antimafia. Viene promulgato il bando. Tre cooperative vincono: quelle pulite. Le altre, le solite, stavolta escluse. Micco viene minacciato. “Bastardo”, la croce. Gli esclusi fanno ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Non ci sono ragioni perché vincano il ricorso, sembra, al Tar. Eppure. Il Tar doveva esprimersi entro la fine di gennaio.

Ha rimandato al 15 di aprile, dopo le elezioni regionali. Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi, che ha cercato di ripulire insieme al sindacato, per quanto ha potuto, il porto di Milano, l’Ortomercato, è stato accompagnato alla porta. Che si faccia i cazzi suoi, insieme a Spicola. Che i cazzi di Milano, quelli, se li fanno altri.

“È la fine dell’Ortomercato” sputa Micco insieme a un grumo di saliva mentre mi guarda dritto in mezzo agli occhi. “Questo è un segnale chiaro che qui non deve mai cambiare niente.”

La notte della decisione del Tar, l’altra notte, io all’Ortomercato poi ci sono ritornato. Alle tre e mezzo, sono entrato dalla porta 3. Nessuno mi ha visto. C’era un grande suv che girava e suonava il clacson. Festeggiavano. Festeggiavano l’amnistia. Io ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica, l’ho cacciata dalla tasca della giacca a vento nera che ho. Da lontano, un uomo sui sessanta mi doveva aver tenuto d’occhio. Mi ha fatto il cenno sulla bocca. Come a dire silenzio. Come a dire dentro la bocca, il male. È dalla bocca che nasce, il male. È lì dentro che risiede. È là dentro che deve stare. Tu ricorda. E magari dillo. Scrivi. È dal bozzolo di saliva che risale, il male. È nel fiato purulento che lo nomina, che lo dice. Il male risale la spina dorsale. Su su fino alla bocca, alla lingua, ai denti. Stai attento ai denti. Fammi vedere i denti, fammeli vedere, voglio controllare le carie. È nella bocca, mi dice con l’indice che censura le labbra, che le tappa, che le sigilla con la fiamma ossidrica, è dentro la bocca che risiede il male, nel Verbo che vuole nominare il dio.

 (Due estratti sono stati pubblicati su L’espresso.it e su Milanomafia.com)