«Palermo, quando la vita è un Gratta & Vinci» di Evelina Santagelo (il Fatto Quotidiano, sabato 27/02/2010)
(da «il Fatto Quotidiano» - sabato, 27/02/2010)
di Evelina Santangelo
L’ho notato nel quartiere in cui vivo, una zona del centro storico di una città del sud, Palermo, che oggi conta il 17,1% di disoccupati, un incremento della cassa integrazione negli ultimi due anni del 65,4%, e questo, in un’isola come la Sicilia che l'Adiconsum pone al primo posto tra le regioni italiane per il rischio di bancarotta familiare. Se c’è un’attività che impegna in modo sistematico soprattutto la varia popolazione più o meno dissestata o quella, inesplicabilmente e periodicamente, riassestata del mio quartiere (dove i più diversi esercizi abusivi, semi abusivi o a norma-di-legge convivono in un bailamme incongruo di locali, pub, localini, botteghe vecchissime e attività artigianali reinventate per star dietro al gusto dei tempi... dove l’odore del kebab si mescola a quello delle panelle, quello della colla dell’ultimo ciabattino al profumo di dopobarba che emana dalla porticina a vetri dell’ultimo barbiere...), se c’è un’attività, dicevo, che impegna in modo continuativo la varia umanità del mio mescolato quartiere, questo è il gioco d’azzardo o, comunque, il vasto arcipelago delle scommesse: dalle forme più domestiche o più meno illegali a quelle più aggressive e allettanti promosse dai Monopoli di Stato.
Lotterie e affini Lotterie in natura (soprattutto qualche anno fa) – con il battitore che gira per le stradine spingendo un vecchio passeggino carico di beni di prima necessità, cibo in special modo –; lotterie in denaro in cui i numeri sono urlati strada per strada a cavallo di una moto che si fa i vicoli a passo d’uomo, così come, a estrazione avvenuta, il nome del fortunato o della fortunata: nome, cognome (o soprannome) e attività (quando c’è l’ha, e la si può dichiarare); probabilmente un po’ di totonero, cui si allude a mezze parole tra vicini di casa o di persiana (per chi vive nei bassi). Tutti giochi in cui è forte ancora quel controllo sociale che, a suo modo, contribuisce a creare un senso di comunità, per quanto parziale e alieno da sentimenti propriamente civili (quei sentimenti, insomma, che evocano diritti e doveri di cittadinanza). Tutti giochi che oggi sono tendenzialmente rimpiazzati da scommesse solitarie e compulsive, che hanno la loro piazza affari nella tabaccheria-ricevitoria: di gran lunga, il luogo più frequentato di un quartiere dove vincere al gioco è diventato una sorta di accreditamento sociale, la manifestazione vivente di un successo possibile nel semideserto di prospettive, l’unico gesto che, per molti, sembra dotato di senso, anzi, di concretezza. Uno spaccato esasperato ed «esasperante» (secondo quanto sostiene il proprietario della tabaccheria) di Italia, verrebbe da dire, leggendo le statistiche nazionali. L'Italia che soffre Perché se c’è un’Italia che perde il posto di lavoro, che non è mai uscita dalla precarietà o che, un lavoro, non lo ha mai avuto, in parallelo (e con un incremento insospettabile) c’è un’Italia che disperatamente scommette: 53,4 i miliardi spesi nell’ultimo anno in scommesse, gratta & vinci, superenalotto, slot machine (quasi il doppio dell’incasso stimato per lo scudo fiscale, come riporta «Il Sole 24 Ore» in un articolo online dello scorso gennaio). 145 circa i milioni di euro spesi in giochi ogni 24 ore nel corso del 2009 (Agipronews). Ora, ogni tempo ha i suoi luoghi-simbolo, i suoi gesti, che nel loro insieme definiscono un modo di essere, un sentimento di sé individuale e collettivo. Così, per raccontare questo nostro tempo, dare la misura dell’odierna condizione (sociale, economica, esistenziale, ma anche psicologica) forse non basterebbe solo ricordare gli operai arrampicati sui tetti delle fabbriche, i ricercatori e impiegati del terziario asserragliati dentro le aziende, i manager trincerati nei loro uffici, ma bisognerebbe probabilmente anche guardarla da lì, la crisi (sociale, economica, civile), dalle tabaccherie-ricevitorie tappezzate di tagliandi – da giocare, riscossi, o accartocciati nei cestini –, con le postazione di videopoker o slot machine in un angolo, i terminali automatizzati che trasmettono le giocate, gli scontrini e le schede prestampate che, in certe ore e in certi giorni, passano nella macchina validatrice a ritmi serrati. E questo mentre l’offerta di giochi, più o meno d’azzardo si fa capillare – entra nei bar, nei supermarket, nelle stazioni ferroviarie – capillare e ininterrotta, attraverso i distributori automatici o le offerte su internet, contribuendo in modo sempre più significativo ai bilanci dello Stato, che (nel paese dei grandi evasori) con «la tassa degli imbecilli» – come la definì il matematico e statistico Bruno de Finetti – copre spese pianificate o esborsi imprevisti, come il terremoto in Abruzzo, finanzia strutture pubbliche e servizi. Tutte facce di una stessa medaglia: di quella precarietà, cioè, che oggi è il tratto più peculiare della condizione contemporanea (italiana, e non solo). Si potrebbero tracciare mappe di precarietà, scandendo semplicemente i nomi delle fabbriche Fiat e dell’indotto in crisi reale o presunta (Termini Imerese, Mirafiori, Melfi, Cassino, Pomigliano, la Sevel, l’Fma di Pratola Serra...), o quelli delle aziende nazionali e multinazionali orientate a delocalizzare i siti produttivi (Glaxo, Eutelia-Agile, Alcoa; Fusina, Omsa, Merloni). Si potrebbero disegnare intere geografie di precariato passando dalle scuole ai call center. Ultima speranza E, allo stesso tempo, si potrebbe registrare il crescente sentimento di radicale precarietà, elencando i nomi dei giochi d’azzardo e le percentuali di giocatori che, ogni giorno di più, si affidano alla sorte o, in modo specifico, tentano la fortuna promessa dai Gratta & Vinci immessi nel mercato del gioco d’azzardo dai Monopoli di Stato ormai con cadenza quasi mensile. Come se non si potesse far altro che affidarsi alla più cieca delle forze, quando il resto diventa imperscrutabile, arbitrario: i disegni di aziende dichiaratamente «in crisi» che incrementano i compensi dei top-manager o i dividendi degli azionisti; l’identità di multinazionali che manifestano sempre più i tratti di entità potentissime e senza volto; i processi occupazionali che non garantiscono posizioni acquisite né danno alcun credito all’esperienza; l’immediato futuro che sfugge a qualsiasi progettazione non solo lavorativa ma addirittura esistenziale, la politica che fa e disfa e proclama misure anticrisi... «La disponibilità a correre rischi sta per diventare una necessità quotidiana di massa», constata il sociologo Richard Sennett, considerando le conseguenze del nuovo capitalismo flessibile sulla vita personale.
Senza talento Una constatazione che assume tratti inquietanti dinanzi a una moltitudine sempre più disposta o rassegnata ad affidarsi a quel genere di rischio che non prevede né coraggio né valore né talento né professionalità alcuna, come lo è il tentare la sorte in lotterie istantanee e giochi d’azzardo in cui spesso non ha senso nemmeno la ricerca di una strategia o il calcolo delle probabilità (una su 2 milioni e 880 mila la probabilità di vincere una rendita ventennale al nuovissimo Gratta & Vinci: Turista per Sempre). E questo soprattutto quando il gioco d’azzardo di massa s’innesta nel quotidiano, scandisce la giornata, simula il lavoro, come le estrazione a cadenza oraria del Win for Life (12 estrazioni in 24 ore per garantirsi un vitalizio ventennale di 4.000 euro al mese), promette la sicurezza che il lavoro non offre: uno stipendio certo per un numero significativo di anni, una vita dignitosa e un po’ di futuro, facendo così della più precaria, cieca ed effimera delle chimere l’unico ancoraggio possibile, o comunque a portata di mano. Un ancoraggio molto simile, in realtà, alle condizioni stesse cui spesso costringe proprio il lavoro flessibile: arbitrio (aziendale), istantaneità e occasionalità (della propria posizione lavorativa), rischio continuo di «ripartire da zero», solitudine. Ci sono probabilmente poche situazioni che suggeriscono la stessa solitudine e lo stesso sradicamento sociale incarnati da una moltitudine che si adatta a ridimensionare le proprie aspirazione, o addirittura la propria realizzazione sociale entro l’orizzonte del caso o della sorte più cieca. E così, mentre nella consustanziale incertezza del presente diventa quasi impossibile «un racconto coerente della propria vita» o «costruirsi attraverso il proprio lavoro» (R. Sennett), in quella corsa al gioco probabilmente c’è qualcosa di più del manifestarsi di un disagio economico o di una sfiducia nel futuro. C’è la fine di una certa cultura del lavoro intesa come contributo a un progetto collettivo – ognuno per la sua parte, in base alle proprie competenze, al proprio mestiere, alla propria professionalità, alle propria esperienza accumulata nel tempo, alla propria ricchezza –; c’è il segno più tangibile del logorarsi del senso stesso di appartenenza a una storia comune, di cui il lavoro è sempre stato una delle componenti fondamentali con quel suo quotidiano intessere storie, fatiche individuali e destini collettivi. Forse per questo al sud, per esempio, è sempre mancato insieme a una cultura del diritto al lavoro un sentimento civile diffuso, capillare. Forse per questo, al nord, oggi, nel tessuto sociale e culturale si va facendo strada un individualismo sempre più disperato e rabbioso. Forse per questo la crisi del lavoro oggi si intreccia più che mai con una crisi profonda dei valori civili.
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