«Teoremi... Riflessioni a margine dell’articolo di Carla Benedetti» Evelina Santangelo
Credo che la Benedetti colga perfettamente nel segno quando parla di: «Teoremi superficiali, che cancellano fette lancinanti di mondo, di energie insubordinate, di esperienze e di spinte altre che coesistono in uno stesso tempo», a proposito delle verità che Antonio Scurati troppo spesso sfodera col tono asseverativo proprio di chi non sembra contempli altro da sé e dal proprio pensiero, in un’autoreferenzialità così claustrofobica da rendere non condivisibile anche ciò che, se posto in modo problematico, potrebbe benissimo essere almeno in parte condiviso.
Ed è sull'espressione «teorema» che vorrei, in particolare, fare qualche considerazione. Ho l’impressione infatti che Scurati (e chi come lui abbia assunto questo modo rigido e asseverativo di argomentare) tenda a presentare le multiformi manifestazioni di quella che genericamente definiamo «contemporaneità» come un teorema da dimostrare, partendo da una serie manegevole di postulati (spesso abbastanza «evidenti»), corroborandoli attraverso un’altrettanto «evidente» dimostrazione, e infine facendo logicamente discendere da essi l’enunciazione della formula o di quella che ritiene la proprietà dell’oggetto in questione: la letteratura, il modo di sperimentare il mondo, la natura dell’esistenza, il modo stesso di concepire e vivere la vita. Poco importa se, così facendo, non solo vengano «cancellate fette lancinanti di mondo... e di spinte altre che coesistono in uno stesso tempo», ma vengano anche dati per certi e universalmente validi postulati che spesso danno conto di orizzonti parziali, e che al limite possono portare a formulare proprietà valide solo per una parte della letteratura, della cultura, dell’esistenza, del mondo...
Quel che, a mio parere, è inaccettabile, al di là della varie posizioni espresse da Antonio Scurati, è dunque proprio questo suo modo di pronunciare tutto al singolare, come se il tratto della contemporaneità non fosse piuttosto l’irriducibile pluralità di tensioni, spinte, linguaggi, culture che spesso coesistono in drammatiche o pacificate antitesi lanciandoci di continuo sfide non riducibili in un singolo gesto, in una singola scelta, in modi unici di misurarsi (anche in letteratura) con questo nostro tempo stratificato, deflagrato, complesso. Eppure basterebbe anche solo addentrarsi in qualche provincia italiana del sud come del nord per rendersi conto, ad esempio, di quale sia il grado di interdipendenza tra realtà locali e globali, di come la cronaca più spicciola coesista con problemi e istanze di natura epocale, di come esperienze reali a volte durissime si intreccino con mondi immaginari, simulacri mediatici o virtuali, e come tutto ciò accada in una simultaneità sconcertante.
L’«inesperienza», la «cattività del presente» sarebbero nodi critici estremamente significativi (e lo sono indubbiamente), se solo fossero punti di arrivo di un pensiero che, lungi dal voler esautorare la contemporaneità, provasse a interrogarla per coglierne alcuni aspetti spesso in rapporto problematico con altri di segno opposto, come ad esempio la drammatica esperienza degli sbarchi che accadono non altrove, ma sulle nostre coste, o come il bisogno di restituire identità e durata e senso all’esistenza – o di ridefinirle magari radicalmente – proprio non solo di autori stranieri che si stanno ritagliando uno spazio significativo nel nostro panorama letterario (penso alla Vorpsi, ad esempio), ma anche di quegli autori italiani sensibili a quanto accade nelle zone marginali (o in ombra) delle società contemporanee o in quelle aree di confine tra centri e periferie a noi così limitrofe, se solo sapessimo o volessimo davvero vedere di che magma è fatta la contemporaneità, con le sue contraddizioni feroci, spiazzanti, impronunciabili con un’unica formula asseverativa, come vorrebbe Scurati.
Proprio per questo forse sarebbe il caso che ci si cominciasse a interrogare, e in modo radicale, su quanto sia davvero angusto qualsiasi orizzonte (individuale, collettivo o condiviso da un numero significativo di individui più o meno autorevoli) che non preveda altro da sé, che non contempli neppure la possibilità che la propria visione sia parziale o difettiva, confinata. Forse sarebbe il caso che ci si cominciasse a interrogare se abbia senso questo desiderio imperante di accreditare se stessi e le proprie scelte, estromettendo tutto ciò che contraddica le proprie teorie, o che oscuri la propria icona, perdendo di vista un fatto di importanza capitale: e cioè che probabilmente non esiste un solo modo legittimo di interrogare, decifrare, dare forma a questa nostra contemporaneità proteiforme, ma che anzi quante più saranno le visioni, le sensibilità, le esperienze, le poetiche espresse (del reale, del meraviglioso, del surreale...) con la dovuta serietà (che è cosa diversa dall’arroganza) tanto più larga sarà la rete che tutti noi saremo in grado di gettare sul mondo nel tentativo di decifrare e dare una qualche forma a questo nostro tempo, che non credo si possa provare a intelligere riducendo preventivamente i dati dell’ipotesi a un numero selezionato di aspetti funzionali alla deduzione che ne consegue... e al prestigio solitario perseguito anche a costo di negare tutto il resto.
Evelina Santangelo
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