«Berlusconiani ma compagni. A Einaudi la lotta continua» di Francesco Borgonovo (Libero 1-12-2009)
http://www.libero-news.it/articles/view/596761 Gian Arturo Ferrari di Mondadori attacca lo Struzzo: «La vicinanza al Pci negli anni '80 l'ha rovinato». Ma nell'editrice torinese il clima ideologico non è mutato Ci è andato pesante Gian Arturo Ferrari, direttore uscente della divisione libri Mondadori, nel suo intervento di sabato alla Lettura annuale organizzata dal Mulino. Ha parlato di «naufragio» della casa editrice Einaudi negli anni Ottanta, identificando le cause di questo declino: la «determinazione lucida e feroce» del patron Giulio Einaudi nel «perseguire un progetto grandioso, smisurato megalomanico e forse insensato». Si trattava, a suo dire, di un «progetto egemonico», alla fine distrutto dalla «catastrofica resurrezione dell’idea enciclopedica». In soldoni: Einaudi voleva dettare la linea al Partito comunista italiano, voleva farsi inteprete dell’egemonia culturale. E ne è uscita a pezzi, soprattutto quando ha deciso di realizzare un’enciclopedia (un flop dal punto di vista commerciale). Scompiglio totale Queste esternazioni hanno suscitato un certo scompiglio a sinistra. Su Repubblica di domenica Michele Smargiassi ha scritto che sono state intese da molti presenti come «la dichiarazione politico-programmatica del nuovo grand commis culturale, più che come il risorgere di un’annosa polemica da terze pagine». Ferrari si appresta a lasciare il suo incarico per dedicarsi al ruolo di presidente del Centro per il libro e la lettura (nominato dal ministro della Cultura Sandro Bondi) ed ecco che spunta l’accusa di essere un uomo forte al servizio del potere di centrodestra. Idea ribadita ieri, sul quotidiano di Largo Fochetti, dal sempre vigile Alberto Asor Rosa, secondo il quale «puntuale come un meccanismo ad orologeria arriva l’attacco alla Einaudi». Per il professore palindromo, Einaudi dettava la linea non perché ne avesse l’ambizione: «Questo ha fatto in Italia l’Einaudi: andare alla ricerca delle tendenze culturali più vive e più d’avanguardia, ospitarle e a sua volta alimentarle». Cioè: contribuiva sì all’egemonia culturale del Pci, ma solo perché era l’editore più all’avangurdia, il migliore. Infatti pubblicava volumi fondamentali come (citiamo a caso nel catalogo fino agli anni Settanta) Il capitale monopolistico: saggio sulla struttura economica e sociale americana; La classe operaia nella Germania Est; Coesistenza e rivoluzione: documenti della disputa cino-sovietica; Il comunismo sovietico: una nuova civilta; La crisi del modello sovietico in Cecoslovacchia. Oppure ancora, nel 1945, La cultura sovietica: rivista trimestrale dell’Associazione italiana per i rapporti culturali con l’Unione sovietica. Per fare piazza pulita dei dubbi sull’egemonia culturale, basterebbe citare le lettere di Cesare Pavese ai vertici della casa editrice, raccolte l’anno scorso nel volume Officina Einaudi a cura di Silvia Savioli. In una missiva a Carlo Muscetta, che notava tendenze pericolosamente reazionarie nella “Collana viola” di studi religiosi ed etnologici varata da Pavese con Ernesto De Martino, lo scrittore ironizzava: «La collezione di cui fa parte il volume da te liquidato è apparsa una vera centrale clandestina della controrivoluzione (...). Una scorsa ai volumi finora usciti fa accapponare la pelle (...). È questa una serie di diretta ispirazione nazista (...). Compagno, bisogna agire». Il tono scherzoso sdrammatizzava un problema reale. Tanto che poi molti degli autori proposti all’Einaudi da Pavese e rifiutati furono recuperati da Adelphi, la casa editrice fondata da Bobi Bazlen e soci. Ma stiamo parlando di dispute molto lontane nel tempo. Nel suo articolo, invece, Asor Rosa suggerisce che i tipi di Torino rappresentino ancora un problema per l’attuale centrodestra e la sua cultura. «Che bisogno ci sarebbe», si domanda, «di attaccare così veementemente la Einaudi del passato se la Einaudi di oggi fosse un cane morto da seppellire»? Fedeli alla linea Il professore spiega che tutti, all’interno della casa editrice, si sono battuti in questi anni per «continuare la tradizione», cioè «per restare (...) nel solco scavato un tempo da Giulio Einaudi». Ed ecco il sospetto: «Forse è questa la Giulio Einaudi editore che dà fastidio, non quella di trenta-cinquant’anni fa. Se è così, lo sapremo presto». Chissà quali oscure manovre si preparano contro lo Struzzo. Forse Silvio Berlusconi, deus ex machina della galassia Mondadori (di cui fa parte anche il marchio torinese) la vuole chiudere perché nemica del potere? Bella dietrologia. Eppure è vero quello che sostiene Asor Rosa: Einaudi ce la mette tutta per continuare la tradizione di egemonia culturale. Emblematico il caso dell’editor Andrea Romano. Uomo di sinistra, già responsabile della fondazione dalemiana ItalianiEuropei, fu preso come responsabile della saggistica. Ha avuto vita difficile e recentemente è stato costretto a lasciare l’incarico. Aveva commesso l’errore imperdonabile di pubblicare libri firmati da autori non ortodossi, bensì vicini al centrodestra: Christian Rocca (Cambiare regime) e Alessandro Giuli (Il passo delle oche), entrambi del Foglio. I dettagli della vicenda li racconta Rocca nell’articolo qui sotto. Cavalli di Troia È interessante, però, rileggere l’intervista rilasciata sull’argomento da Ernesto Franco, direttore editoriale di Einaudi, a Paolo Mauri di Repubblica (guarda caso autore per lo Struzzo). «Qualcuno ha avuto l’impressione che l’Einaudi abbia aperto le porte a saggisti di area teocon», scriveva Mauri, «area Foglio, per intenderci. È una sorta di “cavallo di troia” per infiltrare l’Einaudi da parte della destra che avanza?». Franco si affrettava a rispondere che no, figuriamoci, la pubblicazione dei camerati era «riconducibile all’iniziativa» di qualche editor. Cioè Romano, il quale ha prontamente salutato tutti. Indicativo della situazione interna a Einaudi è pure l’intervento di Evelina Santangelo, autrice ed editor della casa, sul sito Nazione Indiana, in un dibattito riguardante il nostro giornale, il cui approccio viene definito dalla signora «rabbioso, e a volte squadrista», mentre le posizioni di Berlusconi e del centrodestra sarebbero «spesso palesemente contrarie allo stato di diritto». Se Einaudi ha un problema, è proprio questo: da un lato è riconducibile a Berlusconi, dall’altro gode di totale libertà e vorrebbe qualificarsi come faro dell’antiberlusconismo. Prima era megalomania, ora sdoppiamento di personalità. Che serva uno psicoterapeuta? Francesco Borgonovo |