Roma, Camera dei Deputati 3 gennaio 1925 (perché oggi è davvero tutto diverso, ma le parole non sono vergini)
I tempi sono diversi, la cultura è diversa, il clima politico è diverso, la società è diversa, l'economia è diversa, gli standard di vita sono diversi, gli immaginari sono diversi, i giovani, gli uomini e le donne sono diversi, l'Italia è diversa, l'Europa è diversa, il mondo è diverso, il secolo è diverso, con tutto quel che ne consegue... Però, anche se persino il linguaggio è profondamente diverso, le parole non sono vergini. Hanno memoria di sé e suscitano memorie, persino indipendentemente dalle intenzioni. Un lungo stralcio del discorso tenuto alla Camera dei Deputati da Mussolini sul delitto Matteotti. Giusto per ricordare quel che non si può più pronunciare (penso soprattutto alla Lega e a certi esponenti del Pdl) come se niente fosse, senza suscitare in chi lo ascolta un certo sgomento, che diventa ancora più «certo»... se non è dato dissentire o se il dissenso è tacciato di «terrorismo». Antefatto (ad uso di chi non dovesse ricordare le circostanze)
Era il 10 giugno del 1924. Come era solito fare, Giacomo Matteotti (parlamentare e segretario del Partito Socialista Unitario) si stava dirigendo da casa a piedi verso Montecitorio. Sotto i platani del lungotevere c’era parcheggiata un’auto, con a bordo Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. Erano uomini della polizia politica, allora ancora denominata Ceka, in seguito OVRA, che lo stavano aspettando. Il 30 maggio del 1924, Matteotti aveva pronunciato alla Camera un discorso nel quale denunciava apertamente e senza giri di parole i numerosi brogli dei quali si era reso autore il partito fascista durante le elezioni, contestandone la validità. «Io il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparate l’orazione funebre per me», sono le parole che disse ai compagni di partito subito dopo. Roma, Camera dei Deputati 3 gennaio 1925 Benito Mussolini tiene alla Camera il suo discorso sul delitto Matteotti Signori! Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare (...). Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. (...) Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia,che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione. che ha giustiziato senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, Ma la Ceka italiana non è mai esistita. (...) Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi. Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle l0 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di Governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino. (...) Voi ricordate certamente il discorso del I° giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantochè qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera.(...) All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente.(...) Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta. E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni,(...) come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi? (...) Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica. Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva. E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. (...) Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l'illegalismo. Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci (...) A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia. (...) Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi. In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo? (...) Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma! (...) Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. (...) L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. (...) Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria. Benito Mussolini |